Il blog dedicato alle New Addiction

Arte e Terapia

Giochiamo che ero la mia dipendenza: l’occasione dello Psicodramma

Tu sei sempre con me. A volte invisibile, altre volte molto visibile, fin troppo: invadente, totalizzante, definitiva.

Adesso, visto che ci conosciamo da un pezzo, mi permetto di proporti un gioco. Sì, un gioco. Adesso giochiamo che io ero te e che facevo questo e quello, e che tu eri me e dicevi questo e quello.

Guarda, ho messo due sedie: una per me e una per te. Sediamoci. Ora io vengo al tuo posto e tu nel mio: ecco, adesso io sono te e guardo me dal tuo punto di vista e tu fai la stessa cosa. Sei me e guardi te dal mio punto di vista.

Ci rispecchiamo, alla pari. Non ci sono vincitori né vinti, uno che prevale sull’altro, non c’è competizione.

Storie di psicodramma

Annabella entra in teatro, siamo a gennaio, ha un bel paio di calzettoni fucsia; si avvicina ai compagni: sta per iniziare la sessione di psicodramma.  C’è il gruppo e c’è il direttore-terapeuta. Il direttore chiede chi vuole lavorare come protagonista, per questa sera.

Si fa avanti Annabella, che porta la sua storia di dipendenza. Il direttore l’aiuta a individuare un fatto accaduto, per lei rappresentativo della sua dipendenza, collocato indietro nel tempo.

Grazie all’appoggio del gruppo e alla guida del direttore, la protagonista mette in scena quella volta in cui ha “ceduto” alla sua spinta, quella volta in cui era sola, e dà voce al suo stomaco, al suo frigorifero, alla sua vergogna: tutti personaggi del suo teatro interno, che sul palcoscenico psicodrammatico hanno assunto le sembianze dei suoi compagni.

Uno interpreta lo stomaco, un altro il frigorifero, un altro ancora la vergona.

La protagonista assegna le battute a ciascun personaggio e la scena viene giocata per intero. Si sentono le ragioni dello stomaco, del frigorifero e della vergogna. Annabella mette in parola ciò che sente in quel momento, dando voce alla sua interiorità.

Luciana ha una camicetta chiara, gli occhiali, lo smalto trasparente. È graziosa. Fa parte dello stesso gruppo di Annabella; si stanno simpatiche, ma non si può dire che siano amiche. Anche lei è qui per incontrare la sua dipendenza e darle voce.

Questa sera tocca a lei: con qualche cuscino crea un piccolo salotto, intimo, poi sceglie una persona del gruppo che prende le sue parti e un’altra che  prende le parti della sua dipendenza: le fa sedere vicine, spalla contro spalla, ma guardano in direzioni opposte. Le fa dialogare, le fa muovere sulla scena, alla fine dice loro di abbracciarsi.

Vedendo questo abbraccio, a Luciana viene voglia di entrare in prima persona nella scena e di prendersi l’abbraccio della sua dipendenza.

Tutti si commuovono. Anche la dipendenza si commuove. Il direttore invita Luciana a entrare nel ruolo della sua dipendenza e a esprimere il suo punto di vista su Luciana. Le dice:

…dipendenza, adesso guarda Luciana e dille come la vedi. Che tipo è, Luciana? Quali sono i suoi assi nella manica? E le sue debolezze?

E poi continua:

…senti, dipendenza, adesso hai la possibilità di fare una richiesta a Luciana. Dille: Luciana, sai, avrei proprio bisogno di… e Luciana, nei panni della sua dipendenza, dice: avrei proprio bisogno che tu mi ascoltassi e che mi aiutassi a essere meno arrabbiata…

Simona, Adele, Grazia… tutte incontrano la loro dipendenza e tutte, in maniera diversa, coi propri tempi, fanno domande e ricevono risposte dal essa, cioè da una parte di sé.

Il gioco che mette sul palcoscenico le emozioni

Giochiamo che ero te e che tu eri me: tutto avviene “per finta”, ma succede “davvero”, in quel piano di semi-realtà nel quale i bimbi possono diventare da un momento all’altro poliziotti, cantanti, astronauti e poi in un istante tornare se stessi. Quel piano di semi-realtà in cui “si gioca”, ma facendo sul serio.

Giocare, jouer, to play: nella mia esperienza, ho notato che valorizzare questo termine aiuta le persone a sentirsi protagoniste di una situazione che possono padroneggiare e di cui possono venir a capo senza perdersi, affidandosi anche all’appoggio del gruppo e del direttore.

Grazie a quella finzione si possono mettere sul palcoscenico una persona o un’emozione che crea difficoltà, vederla, poterci interagire, prendendosi la responsabilità di un confronto diretto, “davvero, ma per finta”, in una zona protetta, nella quale poter sperimentare questa relazione senza che intervenga l’autocensura, o che ci siano conseguenze non controllabili nella realtà.

La frequentazione di questo “altro” problematico, a cui diamo voce, ci dà la possibilità di avvicinarlo e capirne le istanze profonde, esplicitando anche le nostre: si crea così un ponte  su cui far scorrere una comunicazione a doppio senso, un dialogo fecondo che fa crescere la consapevolezza delle proprie risorse e del modo migliore per usarle.

La magia che si crea sul palcoscenico psicodrammatico è proprio quella dell’Incontro con l’Altro, che sia una persona o un vissuto o un’emozione, incontro che modifica la relazione tra me e questo Altro, permettendomi di conoscere meglio me e l’Altro e di avvicinarmi, o allontanarmi da questo Altro a seconda di ciò che è necessario, di momento in momento. Perché la relazione non è una ripetizione standardizzata di uno schema, ma muta di continuo, alla ricerca di un equilibrio che richiede una posizione attiva verso le proprie emozioni.

E non c’è bisogno di fare le prove, perché lo psicodramma dà alla persona, lì sul momento, gli strumenti per contattare il proprio mondo interno e muoversi in una scena improvvisata, sapendo esattamente cosa deve fare e dire; come i bambini che giocano a essere poliziotti, ballerini, maestri, astronauti… e che, per il tempo del gioco, lo sono realmente e sanno benissimo cosa devono fare e dire e il modo giusto per farlo.

Lo psicodramma fornisce anche un’ottima palestra di simulazione per scene future: cosa farei se succedesse questo?, allenando le persone a entrare in ruoli più maturi e consapevoli e a non subire le proprie emozioni, così come allena i bambini alla vita adulta.

Giochiamo che ero la mia dipendenza: l’Altro è la mia dipendenza e lo psicodramma mi dà occasione per incontrarla, dire la mia e ascoltare la sua ragione, che posso decidere di rigettare o di accogliere, di chiudere fuori o ricevere, sempre comunque con un atto di responsabilità, perché dalla scena della vita non si fugge mai.


Conduttore di gruppi con metodi attivi, artista, psicodrammatista, formatore, e regista. Tengo corsi di teatro e danza dedicandomi in particolare alla zona di intersezione tra l’espressione di sé e la creazione di spettacoli fruibili dal pubblico. Ognuno di noi ha un copione speciale e unico da mettere in scena sul palco della vita: l’affascinante viaggio della nostra personalità attraverso l’esistenza. www.donatellalessio.com


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