Il blog dedicato alla dipendenza affettiva

Arte e Terapia Dipendenza da Lavoro

“Professione Coccodrillo” disvela la Dipendenza da Lavoro

Senza dubbio possiamo affermare che il lavoro, la professione che svolgiamo occupa anche il nostro tempo di vita quotidiana, e se non si mettono dei confini ben delineati tra l’area di vita e l’area lavorativa, la seconda rischia di invadere la prima, proprio per la sua modalità subdola di contaminazione, che ovviamente ha radici insite nel modo di essere di noi individui di cui spesso non abbiamo consapevolezza.

Ricordiamo che la dipendenza da lavoro è considerata:

una tra le più attuali e pericolose forme di dipendenza senza uso di sostanze, avente per oggetto un’attività che fa parte del normale svolgimento della vita quotidiana di una persona” (Harpaz e Snir, 2003)

Facendo seguito alla serata introduttiva dal titolo “Ti tradisco con il lavoro… quando il lavoro sostituisce l’affetto” (visibile nella sezione video della pagina Facebook del Centro Dipendiamo), trovo utile proporre di sfogliare l’albo illustrato “Professione Coccodrillo”: un’irresistibile storia senza parole di Giovanna Zoboli raccontata dallo straordinario talento di Mariachiara Di Giorgio, per attivare consapevolezza su di sé e sulla gestione del proprio tempo di lavoro.

A mio avviso riesce a condensare con delicatezza tutti gli enigmi che stanno dietro la professione e dentro la testa di ogni singolo lavoratore, ogni immagine desta un dubbio che induce a riflettere sul proprio ruolo lavorativo e sul proprio funzionamento individuale.

Attiva riflessioni sulla professione: la professione fa parte di noi, anche per quanto riguarda la giornata tipo del signor coccodrillo o dottor coccodrillo.

Noi siamo la nostra professione?

C’è a chi piace essere appellato in un certo modo, c’è chi rifugge i titoli di studio. Potrebbe utile soffermarsi sul fatto che la professione possa colmare qualche vuoto lasciato dall’essere diventati grandi in un contesto familiare non sempre attento ai bisogni del singolo; o come la scelta professionale possa essersi attivata come sfida al proprio contesto di provenienza.

L’autrice parte giustamente dal momento del sonno per arrivare al risveglio, perché siamo noi la nostra professione, anche se talvolta sembra che la professione diventi predominante.

È legata all’abito che si indossa o può essere scissa dall’abbigliamento?

Il momento della colazione come inizio della giornata dovrebbe divenire una celebrazione per sé stessi, per la propria persona a cui dedicarsi con tanto amore.

Partire con pensieri carichi di rispetto per sé stessi, concedersi magari un piccolo progetto che possa realizzarsi nel corso della giornata.

Coccodrillo va in ascensore con degli umani, chi dei due è fuori luogo viene da chiedersi nel nostro pensiero automatico? Invece possono convivere entrambi nello stesso luogo.

Chi dei due indossa un travestimento? Bisogna andare oltre le apparenze per conoscere l’essenza e godere dell’intimità emotiva. Sarebbe utile mettere in discussine i propri pregiudizi personali, provare a scavalcare le barriere frapposte fra sé ed il mondo circostante o i muri innalzati per proteggersi ma poi diventati un divisorio nei confronti del mondo esterno.

È capace di gentilezza il Coccodrillo, acquista un mazzo di fiori, riesce a formulare un pensiero verso un destinatario a cui recapitare i fiori. E regala il suo mazzo di fiori alla signora che affonda il suo naso tra i petali.

Invece la mancanza di affetto all’interno di un rapporto coniugale ed il senso di estraneità che ne consegue, per il dipendente da lavoro, indicano un deterioramento della sfera affettiva che induce all’apatia e all’indifferenza reciproca tra i partner di una relazione sentimentale.

La famiglia difficilmente riesce a capire il comportamento del dipendente e quindi a dargli adeguato sostegno. La sofferenza della famiglia è legata ad un sentimento di abbandono, solitudine e trascuratezza.

Coccodrillo attraversa un parco stupendo, si concede nel suo tragitto lavorativo di incrociare magnifici alberi. Tutti sappiamo quanto sia importante avere il contatto con il mondo verde attorno a noi, ma rischiamo anche di inventare scuse sulla nostra incapacità di concederci poi l’immersione quotidiana in un angolo verde.

Diviene importante regolare le proprie abitudini di lavoro, affinché non spazzino via le principali attività di vita e si sostituiscano a loro completamente.

Quando si perde il contatto la comunicazione viene meno, si può verificare una netta scissione tra sfera emotiva e cognitiva, con il prevalere della seconda: i messaggi del dipendente sono poveri e privi di senso per chi li ascolta.

Il finale non lo svelo. Sottolineo solo che permette di attivare consapevolezza, e induce a imparare a riflettere su di sé e sulla propria storia personale e familiare, a regolare le proprie emozioni; perché entrare in contatto con il mondo emotivo (che cosa si sta provando, perché e come affrontarlo) allontaneranno dal rischio della dipendenza.

Ma il lavoro può essere mai una dipendenza?

Nella nostra società facciamo davvero fatica a considerare il lavoro una forma di dipendenza, vista la concettualizzazione del valore del lavoro che viene attribuita a ciascun individuo e lavoratore.

D’altro canto, proprio la confusione che viene generata, rende ancora più difficile identificare il disagio ed il malessere per la persona e l’attivazione di un percorso di cura, e ancora prima di prevenzione.

Robinson (1998) si riferisce alla dipendenza da lavoro definendola:

la dipendenza ben vestita perché costituisce un fenomeno pervasivo, ma non riconosciuto dalla società. Secondo l’autore si tratta di un disturbo ossessivo-compulsivo che si presenta mediante richieste autoimposte, un’esagerata dedizione al lavoro fino all’esclusione delle altre attività di vita

Ancora Lavanco & Millio 2006:

“il lavoro diventa uno stato d’animo, una via di fuga che libera il soggetto dall’esperire emozioni, responsabilità, intimità nei confronti degli altri”

Proprio come le vie di fuga il lavoro permette di non affrontare direttamente il problema, con illusione di gestirlo o di non averlo, provando un tornaconto momentaneo di soddisfazione e gratificazione, oltre che allontanare pure dai familiari e dagli amici.


Laureata in Psicologia presso l’Università degli Studi di Padova, ho proseguito poi nel mio itinerario di specializzazione frequentando la Scuola di Terapia Familiare Mara Selvini Palazzoli (uno dei pionieri internazionali della terapia familiare). Oltre che nella Terapia Familiare, sono esperta nella Terapia di coppia: un insieme complesso che va dall’individuo alle relazioni familiari e sociali a tutto tondo. Specializzata anche nella Mediazione Familiare per le relazioni familiari. Psicologa Psicoterapeuta Associata del Centro Dipendiamo, e ricevo a Savona (SV)


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