Il blog dedicato alla dipendenza affettiva

Dipendenza da Internet e Social

Phubbing e Nomofobia: i nuovi eccessi del nuovo modo di relazionarsi

Connettere la propria esistenza ai vari social network – Whatsapp, Instagram, Facebook, YouTube, LinkedIn solo per citarne qualcuno – è diventata una abituale quanto irrinunciabile attività per la maggior parte delle persone.

Ma il vero rischio nasce quando questi ambienti vengono utilizzati come vie di fuga, in sostituzione alle interazioni reali per una più immediata e apparentemente gratificante modalità di relazionarsi. Questo “nuovo modo di esistere” ha creato “nuovi tipi di eccessi”, come il Phubbing e la Nomofobia. Approfondiamo insieme di cosa si parla esattamente.

Come è possibile stare da soli… insieme? Il fenomeno del Phubbing

La corsa ad apparire è contagiosa e ha cambiato il modo di relazionarsi agli altri.

Le interazioni avvengono ormai prevalentemente on line, perché la rete è il luogo dell’esserci e dell’immediato feedback con l’altro sempre disponibile. Sembra essersi perso il gusto dell’attesa, della pausa, del silenzio come dimensione rigenerativa del sé.

Se l’istantaneità degli scambi comunicativi da un lato consente di ridurre la distanza con chi ci è lontano e sedare il senso di solitudine che avvertiamo, dall’altro comporta un pericoloso, quanto paradossale, risvolto della medaglia: relegare sullo sfondo, quasi fossero “di serie B”, le relazioni face to face.

Una condizione di isolamento e alienazione è chiaramente identificabile nel volto della protagonista di un filmato, dal titolo “I forgot my phone” [trad. ho dimenticato il cellulare], pubblicato su You Tube.

Chissà quante volte sarà capitato, anche a chi legge, di subire questa spiacevole, quanto imbarazzante, sensazione di estraneità in compagnia di persone che paiono in “temporaneo stato di off” rispetto alla conversazione faccia a faccia, in quanto impegnate, ognuna col proprio cellulare, a chattare con altri virtuali.

Si può fingere indifferenza quando il nostro interlocutore ci mostra di preferire la compagnia virtuale o viverlo come uno sgarbo e prendere posizione al riguardo come ha fatto Alex Haigh. Questo ragazzo di Melbourne, infastidito dallo smodato uso del cellulare da parte dei suoi coetanei, nel 2012 ha deciso di lanciare, sul suo sito web stopphubbing.com, una campagna anti Phubbing.

Questo termine, formato dalla contrazione tra phone (telefono) + snubbing (snobbare) descrive l’atteggiamento di chi, pur in compagnia di qualcuno, lo ignora a favore del proprio dispositivo mobile (smartphone, tablet).

Un fenomeno quello dello stare “da soli insieme” sempre più presente anche in famiglia, come osserva la ricercatrice di scienze sociali Sherry Turkle nel suo libro “Alone together” in cui scrive:

[…] oggi possiamo chiamare ‘famiglie post-familiari’ quelle i cui membri stanno ‘da soli insieme’, ognuno nella sua stanza, con il proprio computer o dispositivo mobile collegato in rete […].

Nomofobia, la paura di un nuovo tipo di solitudine

Lo smartphone consente un ventaglio di attività diversificate in cui è facile perdersi e venire inghiottiti.

L’attività di controllo dei social network ci piace, ci assorbe e ci ruba il tempo.  Ma quanta consapevolezza abbiamo in merito? Siamo indotti a condividere il nostro privato sui social che diventano la vetrina della nostra immagine pubblica, non sempre coincidente con quella reale. Ma poco importa se soddisfa il bisogno narcisistico di mostrare un’identità alternativa, vincente, che raccoglie like e consensi.

Impossibile pensarsi privi del proprio dispositivo mobile, ci si sentirebbe fortemente a disagio, dei “pesci fuor d’acqua”, ma non solo.

È stato di recente coniato il termine “nomofobia” (formato col suffisso –fobia e il prefisso inglese, abbreviato, di no-mobile) per nominare la paura che invade chi, per assenza di segnale o per altre cause, teme di rimanere sconnesso dal contatto con la rete di telefonia mobile.

Anche mentre si cammina o si attraversa la strada lo sguardo è incollato allo schermo tanto che a New York si è pensato di segnalare ai pedoni la pericolosità di questa pratica con cartelli stradali appositi in cui è scritto:

Pay attention while walking. Your facebook status update can wait” [trad., Fate attenzione mentre camminate. Il vostro aggiornamento di stato su facebook può attendere].

Come autoregolarsi? Il valore del proprio tempo

Come possiamo evitare di cadere in femonemi come il Phubbing o la Nomofobia?

Lo smartphone è ormai diventato “l’amico tascabile” onnipresente, sia quando ci troviamo soli che quando siamo in compagnia; ci consente di mediare l’interazione con gli altri reali e funge da possibile “via di fuga” quando si desidera evitare l’imbarazzo di una pausa, di un silenzio durante una conversazione o quando si è poco interessati al proprio interlocutore e ci si annoia, pur rischiando di apparire scortesi nei riguardi di chi ci siede accanto.

Ma, al di là dell’uso fuor di galateo che se ne può fare, è il tempo eccessivo che si “investe” in tale attività a dare conto del livello della sua tossicità: tanto più si è persuasi di non potersi staccare dal proprio cellulare, tanto meno si perverrà ad una sua gestione consapevole ed equilibrata.

La capacità di autoregolarsi negli eccessi implica uno sforzo di volontà.

Implica la capacità di sapersi riappropriare della propria agentività e usarla in maniera costruttiva. Significa assegnare valore al tempo e investirlo in attività virtuose come la cura della qualità delle proprie relazioni significative: la nostra più grande risorsa!

Ci si può servire dei vantaggi che la tecnologia ci offre senza perdere di vista la bussola dei valori fondamentali. Non rendiamocene schiavi.


Iscritta all'Ordine degli Psicologi della Lombardia, ho concluso il percorso di Specializzazione in Psicoterapia sistemico relazionale, presso la scuola di Psicoterapia Mara Selvini Palazzoli. Mi occupo di consulenza psicologica all'individuo, alla coppia in crisi, alle famiglie in cui uno o più figli manifesta difficoltà di tipo psicolgico e/o famiglie in cui vi sono difficoltà relazionali. Psicologa Psicoterapeuta del Centro Dipendiamo, e ricevo anche a Pavia (PV) e Milano (MV)


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.