Il blog dedicato alla dipendenza affettiva

Dipendenza da Shopping

Sales Ends Today: l’angoscia del mancato acquisto

Sono andata a visitare a Dicembre 2019 la mostra a Genova “Il secondo principio di un artista…” e sono rimasta folgorata da come l’artista Banksy sia riuscito a imprimere nella sua opera “Sales ends today” (Serigrafia su carta 2007, collezione privata) uno degli aspetti significativi della Dipendenza da Shopping: l’angoscia.

Da dover deriva l’angoscia delle donne nell’opera “Sales ends today”?

Il forte stato di angoscia in cui sono rappresentate le donne inginocchiate, che non riescono neanche a stare in piedi, di fronte ad una comunicazione di fine vendita. Queste donne sono affrante e doloranti quando messe di fronte alla impossibilità di continuare a fare acquisti.

Per loro l’atto di comperare andava a riempire un vuoto interiore, creando illusione di appagamento esistenziale.  

L’oggetto acquistato fornisce temporaneamente la sensazione di stare bene, di essere qualcuno in relazione all’acquisto fatto. Quando non è più possibile accedere ad un oggetto che fornisca rassicurazione, si cade nella disperazione. Sino a quando non sarà di nuovo possibile attivare il circuito dell’acquistare che tornerà a fornire serenità.

Come sottolineato nella etichetta che affianca l’opera:

“La composizione mostra figure stilizzate in bianco e nero, campionate da scene bibliche dei dipinti del XVI e XVII secolo, con un gruppo di donne che si dispera davanti alla passione del Salvatore

Nella versione di B. il Salvatore biblico non è una persona, ma un banale cartello rosso il cui scopo è annunciare la fine dei saldi, ovvero, della vendita di merci a prezzi scontati. È questa secondo B. una vera e propria fonte di disperazione.”

Nella testa di alcune persone si scatena una vera e propria angoscia quando non è più possibile fare acquisti, parallelamente alla disperazione provata dalle donne di fronte alla fine della vita.

L’Acquisto: la nuova religione del Dio Denaro

Perché l’acquisto scatena dentro una energia tale che fa sentire vivi e da un senso alla continuità del vivere quotidiano; quando questo meccanismo viene interrotto perché il periodo dei saldi finisce le persone non possono fare altro che esprimere il loro profondo struggimento.

Prosegue la descrizione sull’etichetta:

“L’immagine si riferisce alle ricadute sui comportamenti collettivi dell’egemonia di una cultura consumistica prodotta dal capitalismo, invitandoci a riflettere sulla relazione tra fede, religione e denaro, sottolineando come la produzione di senso per secoli fornita dalla religione, è ora fornita dal denaro.”

La fede e la religione fornivano una dimensione di sicurezza esistenziale; oggi avviene con il denaro questo tipo di rassicurazione, che va a colmare il vuoto interiore presente anche nel circuito della dipendenza.

Dall’angoscia della fine, la possibilità di un nuovo inizio

Collegandomi inoltre al titolo della mostra, prenderei spunto dal secondo principio di B. che sostiene

“se vuoi dire la verità allora devi mentire”

per invitare a provare ad invertire paradossalmente il senso della parola fine (<end>: come viene citata nell’opera).

Quindi la fine non sarà più uno stop, ma potrebbe dare il via ad un inizio di comportamenti virtuosi atti a scatenare questa volta atteggiamenti mentali adeguati.

La fine dell’ansia da “occasione migliore”

Nella chiusura delle vendite potrebbe esserci la salvezza di chi è affetto da Fobo, Fear of better options, paura che arrivino occasioni migliori, sindrome correlata all’ambito degli acquisti.

Quindi avere una fine salverebbe dalla mancanza di decisione, di saper scegliere nel dubbio che possa arrivare qualcosa di meglio.

Ci sarebbe una sospensione da uno stato ansioso dettato dal dover decidere; con la fine verrebbe meno la possibilità di temere l’arrivo di un prodotto nuovo migliore del precedente.

La fine de “l’acquisto impossibile”

Ci sarebbe l’acquisizione di un grado di libertà differente che smetterebbe di far dipendere le persone dai saldi e dal periodo in cui vengono imposti: ad esempio in questo periodo invernale tenderebbero a costringere a comperare anche ora scarpe estive da indossare in pieno inverno, con il calzino per il freddo, per poi usarle anche d’estate senza calze.

Una tendenza che annulla i tempi di vita e fa puntare su capi senza stagione, riducendo gli individui a de-personalizzarsi e a perdere il contatto con il passaggio da stagione in stagione, pur di essere sempre alla moda.

La parola fine permetterebbe di sganciarsi dal meccanismo che induce ad acquistare a forza prodotti che possono essere utilizzati solo in determinati periodi dell’anno, salvo poi stravolgersi e rendersi quasi ridicoli per usarli.

Inoltre, modificherebbe il pensiero di perdere il proprio valore personale se non si riesce nell’intento, o al contrario dimostrare il proprio valore solo con l’uso che si farà dell’ultimo prodotto acquistato nei saldi.

La fine dell’acquisto “anaffettivo”

La fine ridarebbe vita ai piccoli esercizi commerciali.

“Insomma, i saldi sono morti, viva i saldi.  … I saldi sono l’occasione per rilanciare gli acquisti nei negozi di prossimità. E alcuni di loro si stanno già organizzando, ve ne accorgerete da code in angoli insospettabili delle città: sfruttano la rete a proprio vantaggio, postando su Instagram l’ultimo paio di scarpe firmate in magazzino per allargare il raggio dell’”effetto vetrina”…” (R. Silipo – La Stampa)

L’opportunità di rendere più umana e personale la vendita dei prodotti ridimensionerebbe il rischio di arrivare a correlare il proprio valore personale all’oggetto in voga nel momento

Non si riempirebbe il vuoto interiore con l’abbinamento all’acquisto solo dopo lunghe ed estenuanti code in luoghi commerciali che hanno perduto la dimensione affettiva e sociale dello stare bene in mezzo agli altri.

Ci faremo conoscere e conosceremo per quello che avremo dentro, e per quello che compreremo con spirito di responsabilità e perché no maggiormente sostenibile anche verso la moda.


Laureata in Psicologia presso l’Università degli Studi di Padova, ho proseguito poi nel mio itinerario di specializzazione frequentando la Scuola di Terapia Familiare Mara Selvini Palazzoli (uno dei pionieri internazionali della terapia familiare). Oltre che nella Terapia Familiare, sono esperta nella Terapia di coppia: un insieme complesso che va dall’individuo alle relazioni familiari e sociali a tutto tondo. Specializzata anche nella Mediazione Familiare per le relazioni familiari. Psicologa Psicoterapeuta Associata del Centro Dipendiamo, e ricevo a Savona (SV)


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