Il blog dedicato alle New Addiction

Dipendenza Affettiva Educazione all'Amore Sano

Anche i genitori hanno bisogno di cure e attenzioni

La gente (e anche i genitori) ha bisogno di amore

Nell’incipit del libro “L’arte di amare”, di Erich Fromm pone al lettore la domanda:

«È l’amore un’arte? Allora richiede sforzo e saggezza.»

Aggiunge che la gente ha bisogno di amore

«eppure nessuno crede che ci sia qualcosa da imparare in materia d’amore […] la maggior parte della gente ritiene che amore significhi “essere amati”, anziché amare; di conseguenza, per loro il problema è come farsi amare, come rendersi amabili, per raggiungere questo scopo seguono parecchie strade.»

Questa premessa permette di introdurre un tema ricorrente nella mia pratica clinica con donne dipendenti affettive: la loro sofferenza di figlie non viste, rifiutate, trascurate, non amate dalla propria madre. Una ferita del passato che continua a bruciare nel presente.

Sono donne che non hanno mai smesso di domandarsi cos’avessero di sbagliato per non meritare l’affetto della persona a loro più cara, e che oggi sono genitori senza avere gli strumenti per nutrire in modo diverso i loro figli.

L’interminabile corsa a “farsi amare” dai genitori

Fin da piccole si convincono di avere loro qualcosa di sbagliato che non le rende amabili, questo pensiero consente non solo di preservare i legami fondamentali da critiche e responsabilità ma anche di poter aspirare alla conquista di quell’amore attraverso l’impegno, lo sforzo e il sacrificio di sé.

È devastante per un bambino accettare e rassegnarsi all’idea di non poter far niente per cambiare lo stato dei sentimenti del genitore nei suoi confronti. È di contro più accettabile attribuirsene la colpa perché solo in questo modo può attivarsi per rimediare.

La rincorsa a farsi amare diventa un obiettivo vitale fondamentale per uscire dal senso di impotenza:

«devo cambiare per farmi amare, così come sono non vado bene».

Impiega tutte le sue energie per raggiungere questa ambita meta, si adegua alle aspettative dei genitori, cerca di compiacerli, indossa la maschera del bravo bambino che non crea fastidi e problemi, sacrifica in tal modo i suoi bisogni che vengono relegati in un buio anfratto di sé, messi a tacere perché scomodi.

L’idea di sé come una persona di poco valore si rafforza quando ogni tentativo di conquista del genitore fallisce.

Quale modello di amore va dunque costruendo?

Il bambino impara che l’amore è sacrificio di sé e usa la sottomissione come strategia per salvare la relazione con l’altro. Cresce trascurando i propri bisogni che lo sguardo amorevole della madre posato su di lui avrebbe dovuto mostrargli. Quello sguardo comunicava forse un proprio bisogno d’amore a sua volta in attesa di risposta, ed è questo un punto focale che merita di essere approfondito.

Essere genitori non ripara le “antiche” ferite

Per chi ha vissuto questo tipo di legame insicuro con la propria figura di attaccamento, l’esperienza della maternità lungi dal rivelarsi un evento gioioso, e ricco di incredibile magia si presenta come un compito estremamente stressante e di difficile gestione.

Essere genitori non consente l’acquisizione automatica delle competenze necessarie al nutrimento sul piano fisico e ed emotivo del proprio bambino.

Tali competenze non sono innate, esse vengono trasmesse tra le generazioni: così come accade per le mancanze, le trascuratezze, i maltrattamenti. Diventare genitori è un compito complicato, gravoso che mette a dura prova l’equilibrio fisico psichico ed emotivo della madre in particolar modo.

Se quest’ultima non ha fatto esperienza di adeguate cure materne si troverà sprovvista di quelle lenti idonee a farle riconoscere i bisogni del proprio bimbo e di quel bagaglio necessario per sapervi rispondere con sollecitudine.

Anche il ruolo paterno è tuttavia degno di importanza così come lo sono le altre figure di riferimento affettivo che gravitano attorno alla madre. Esse rappresentano una benefica e fondamentale risorsa nel sostenere e supportare l’intima vicinanza e sintonizzazione emotiva tra lei e il figlio.

La storia del cammello che piange

A tal proposito vi propongo la visione di uno spezzone tratto dal film documentario “La storia del cammello che piange”, del 2003.

È la storia vera di una tribù della Mongolia del Sud che alleva cammelli come forma di sostentamento e si ritrova a dover far fronte ad un lieto evento: l’imminente nascita di un nuovo cucciolo.

Viene mostrata la sofferenza della mamma cammello durante il lungo parto e il suo inaspettato comportamento rifiutante verso il cucciolo appena nato dal manto albino: è differente da sé e forse per questo non lo riconosce come suo. Gli impedisce di trovare in lei nutrimento, nel senso più ampio del termine.

Il cucciolo emette lamenti strazianti per il dolore del rifiuto, tenta più volte di avvicinarsi alla madre per ricevere nutrimento e calore ma questa lo scaccia e se ne allontana. Si comporta da madre poco materna e a nulla valgono i tentativi della tribù di pastori di farle accettare di allattare il figlio.

Ad un certo punto i pastori intuiscono il bisogno profondo della cammella e si concentrano su di lei prendendosene amorevolmente cura: viene fatto arrivare un violinista che inizia a suonare per lei. Accarezzata da quella dolce melodia che si diffonde nel silenzioso e arido deserto del Gogi – che forse rappresenta lo stato del suo animo – e dalle calde mani di alcune donne del villaggio, l’animale si abbandona ad un pianto liberatorio.

L’inquadratura sull’occhio della cammella che lacrima è commovente: quella distanza che l’aveva resa inaccessibile, rifiutante col suo cucciolo esprimeva una sofferenza, un bisogno che chiedeva solo di poter essere accolto e ascoltato.

Prima di assegnare l’etichetta di “cattiva madre” è fondamentale che si creino le condizioni per favorire la sintonizzazione della madre col suo proprio bisogno infantile inascoltato e trascurato di accudimento, solo a seguito di ciò potrà riconoscere il figlio come portatore di suoi propri bisogni che meritano ascolto, attenzione e cura.

Concludo con una citazione tratta dal testo “Una base sicura” di John Bowlby

“…occuparsi di neonati e di bambini non è un lavoro per una persona singola. Se il lavoro deve essere fatto bene e se si vuole che la persona che primariamente si occupa del bambino non sia troppo esausta, chi fornisce le cure deve ricevere a sua volta molta assistenza. […] La madre che solitamente sostiene l’urto dei compiti genitoriali durante i primi mesi o anni, ha bisogno di tutto l’aiuto possibile – non nell’occuparsi del bambino, che è compito suo, ma in tutte le faccende domestiche. […] In aggiunta all’aiuto pratico […] fornirle quella base sicura di cui tutti abbiamo bisogno in condizioni di stress e senza la quale è difficile rilassarsi.”


Il Team Genitorialità è composto da psicologhe psicoterapeute esperte in problemi genitoriali (Dott.ssa Carla Luisa Miscioscia) e terapie infantili (Dott.ssa Moira Melis), che fanno parte di DIPENDIAMO – CENTRO PER LA CURA DELLE NEW ADDICTION. Per maggiori informazioni: www.centrodipendiamo.it


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